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Errori dal libro di Ratzinger svelati da l'Espresso
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Francis



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MessaggioInviato: Ven Giu 08, 2007 10:09 pm    Oggetto: Errori dal libro di Ratzinger svelati da l'Espresso Rispondi citando

Cristo, quanti errori

di Marco Damilano

Sbaglia il monte di Abramo. Anticipa di secoli la domenica delle Palme. E poi: citazioni imprecise, parole mal tradotte. Ecco gli sbagli di papa Ratzinger nel suo libro su Gesù

Abramo fu chiamato a sacrificare il figlio Isacco sul monte Oreb? Macché, era il monte Moria. Gesù entrò a Gerusalemme il giorno della domenica delle Palme? Impossibile: ai tempi di Gesù la festività non esisteva, non esisteva neppure la domenica, in verità. Chissà cosa avrebbe fatto un docente di teologia con un allievo che nella sua tesi di laurea fosse incappato in simili errori. E chissà come li avrebbe giudicati, ai tempi in cui insegnava a Münster, Tubinga e Ratisbona, il professor Joseph Ratzinger.

Ma in questo caso impugnare la matita rossa e blu è più complicato. Perché l'autore del testo in questione non è uno studentello alle prime armi, ma il teologo tedesco famoso in tutto il mondo, la cui opera si compone di "seicento articoli e un centinaio di libri tradotti in tutte le lingue", come vanta la quarta di copertina del suo ultimo volume. Proprio lui: Ratzinger, papa Benedetto XVI.

Il suo libro 'Gesù di Nazareth', edito da Rizzoli, in poco più di un mese ha raggiunto la tiratura di un milione e mezzo di copie (con edizioni in Italia, Germania, Slovenia, Grecia, Polonia, Stati Uniti e Gran Bretagna e con traduzioni in corso in 30 lingue). Un successo enorme di pubblico, accompagnato dall'applauso dei fan: "Ha l'aria di avere in pugno la storia più interessante in circolazione della storia del mondo", si è commosso Giuliano Ferrara. Gli specialisti, gli esperti di Scrittura, però, non condividono tanto entusiasmo. E forse pensava a loro, il collega Ratzinger, quando ha scritto l'introduzione: "Questo libro non è magisteriale. Perciò ognuno è libero di contraddirmi. Chiedo solo alle lettrici e ai lettori quell'anticipo di simpatia senza il quale non c'è alcuna comprensione". Quasi un invito alla clemenza, con l'ansia dell'intellettuale che teme il giudizio dei critici su ciò che gli è più caro: l'opera del suo ingegno.


Altro che simpatia. Dagli esegeti arrivano stroncature impietose. Segnalazioni di errori che 'L'espresso' ha raccolto con l'assicurazione dell'anonimato. Sviste, confusioni sintattiche, anacronismi, luoghi comuni. E qualche autentico strafalcione. A pagina 51, per esempio, Ratzinger parla del racconto rabbinico secondo cui "Abramo, sulla strada per il monte Oreb dove avrebbe dovuto sacrificare il figlio, non prese né cibo né bevanda per quaranta giorni e quaranta notti". Ma qui il papa fa confusione tra due episodi biblici: nel capitolo 22 del libro della Genesi il monte indicato per il sacrificio di Isacco è il Moria. E Abramo arriva nel luogo dell'olocausto il terzo giorno. Mentre, in effetti, c'è un altro personaggio fondamentale che digiuna per quaranta giorni camminando verso il monte Oreb: ma è il profeta Elia, come racconta il capitolo 19 del libro dei Re. Scambiare Abramo con Elia è da "non possumus". Ma a pagina 356, il papa tedesco scivola sull'Oreb, per la seconda volta. Parlando dei "monti della rivelazione" ne indica tre: il Sinai, l'Oreb e il Moria. Ma il Sinai e l'Oreb nel linguaggio della Bibbia sono la stessa cosa, simboleggiano il monte dove Dio parla al suo popolo.

C'è poi l'equivoco per cui Ratzinger scrive che Gesù entrò a Gerusalemme durante la festa della domenica delle Palme: il papa lo ripete quattro volte, a pagina 213, 272, 315, 335. Ma si tratta di un evidente anacronismo: la domenica delle Palme, come è ovvio, all'epoca era una festività inesistente. La benedizione dei ramoscelli d'ulivo che ricorda quel giorno fu istituita molti secoli dopo.

A voler essere pignoli, poi, e solo Dio e Ratzinger sanno quanto possono esserlo certi teologi, si scova di tutto. Scambi di genere: a pagina 362 la parola ebraica sukkot (capanne) viene utilizzata al maschile, e invece è femminile.Scambi di declinazione: l''epistàta' di cui si legge a pagina 348, che in greco significa presidente, capo, maestro, è un vocativo, il nominativo è 'epistàtes'. Luoghi comuni: l'asina "cavalcatura dei poveri", di cui si parla a pagina 105, sa un po' di fiaba bavarese. Si può aggiungere che 'malkut' è una parola ebraica, e non una radice come afferma il papa a pagina 79. E ancora: a pagina 62 Benedetto XVI traduce il termine 'doxa' in gloria, ma nel greco classico in realtà la parola significa opinione, solo nel Nuovo testamento, nei Vangeli, assume un nuovo significato.

http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Cristo-quanti-errori/1635347

(Fine Prima Parte)
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Ultima modifica di Francis il Ven Giu 08, 2007 10:11 pm, modificato 1 volta in totale
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Francis



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MessaggioInviato: Ven Giu 08, 2007 10:10 pm    Oggetto: Rispondi citando

(Seconda Parte)

Discussioni sul sesso degli angeli? Mica tanto. Come si è visto la settimana scorsa a Parigi quando alla caccia all'errore nel testo del professor Ratzinger si è aggregato un lettore d'eccezione: Carlo Maria Martini. Recensendo il libro del papa nella sede dell'Unesco il cardinale gesuita, ex rettore dell'Università Gregoriana, raffinato studioso delle Scritture, ha soavemente scagliato qualche bel pietrone. Prima ha fatto notare che l'assenza di note non consente di capire a cosa si riferisca Ratzinger quando parla di versioni recenti della Scrittura: "Il testo ebraico non è una versione", ha commentato l'arcivescovo emerito di Milano. Segnalando, en passant, che il primo libro dei Re di cui si parla nell'edizione francese, in quella italiana viene citato come il secondo. Poi si è dedicato a gettare un'ombra sulla preparazione dell'autore: "Egli non è esegeta, ma teologo, e sebbene si muova agilmente nella letteratura esegetica del suo tempo non ha fatto studi di prima mano per esempio sul testo critico del Nuovo Testamento". Come dire che il papa è rimasto alla teologia dei primi anni Settanta, non ha studiato oltre. Detto a un dottor sottile come Ratzinger, è una bacchettata niente male.

Qualcuno attribuisce gli errori alla stesura accidentata del testo, cominciata nell'estate del 2003, quando Ratzinger era un cardinale in vista della pensione, e terminata, stando alla data della prefazione, il 30 settembre 2006, nel pieno delle polemiche seguite alla lectio magistralis di Benedetto XVI nell'Università di Ratisbona, il più grave cortocircuito comunicativo del suo pontificato. Un testo scritto nei "momenti liberi", e questo può giustificare qualche imprecisione. Qualcun altro, invece, se la prende con l'imperizia dei curatori dell'edizione italiana: Ingrid Stampa, la signora che da quindici anni fa da governante a Ratzinger e oggi è integrata nella sezione tedesca della segreteria di Stato, ed Elio Guerriero, irpino di Capriglia, responsabile di 'Communio', la rivista teologica internazionale fondata nel 1972 da Hans Urs von Balthasar, Henri de Lubac e dallo stesso Ratzinger per fare da contraltare a 'Concilium', la voce dei teologi progressisti negli anni dell'immediato post Concilio su cui scrivevano Hans Kung, Johann-Baptist Metz e Karl Rahner.

Anche il gioco delle interpretazioni sul 'Gesù' di Ratzinger ripropone l'antica divisione tra progressisti e conservatori. In ballo, al di là di dispute fin troppo sofisticate, c'è il metodo storico-critico di interpretazione dei Vangeli, che si è affermato nel secolo scorso ed è considerato essenziale dai principali esegeti. Mentre Benedetto XVI lo elegge a suo bersaglio polemico, lo smantella fin dall'introduzione, lo accusa addirittura di essere tra i principali responsabili dell'indebolimento della fede cristiana negli ultimi decenni. "Chi legge alcune ricostruzioni", scrive il papa, "può constatare che esse sono molto più fotografie degli autori e dei loro ideali che non la messa a nudo di un'icona fattasi sbiadita. In conseguenza di ciò, la figura di Cristo si è ancora più allontanata da noi". E così mezzo secolo di ricerche sui testi evangelici e sulla storicità di Gesù sono serviti. Martini ha preferito sorvolare sull'attacco. Ma nella presentazione parigina ha declassato il testo del papa al rango di meditazione personale: "Questa opera è una grande e ardente testimonianza su Gesù di Nazareth", ha detto il cardinale con apparente benevolenza. Aggiungendo, con una certa dose di malizia: "È sempre confortante leggere testimonianze come questa".

Una bella testimonianza, insomma, e ci mancherebbe, ma nulla di più: non certo la parola definitiva sulla figura di Gesù. E il successo popolare del testo ratzingeriano? "Tutto sommato non è un indice particolarmente significativo del valore del libro", ha concluso Martini. E questa suona come la più perfida delle critiche.

(05 giugno 2007)

http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Cristo-quanti-errori/1635347//1
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Silvio Barbaglia



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MessaggioInviato: Sab Giu 09, 2007 5:15 pm    Oggetto: Rispondi citando

Mi inserisco anch'io su questo tema perché ho avuto modo di verificare i presunti errori del libro del Papa preso di mira dal giornalista de L'Espresso Marco Damilano. Incollo di seguito il testo da me redatto.

«Cristo, quanti errori»! Così Marco Damilano sull’Espresso online (http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Cristo-quanti-errori/1635347) titola il suo «non simpatico» contributo all’appello del teologo Joseph Ratzinger contenuto nella prefazione del suo «Gesù di Nazaret»: «ognuno è libero di contraddirmi». Ratzinger aggiunge però una richiesta per i lettori e lettrici, quella di un anticipo di simpatia senza il quale è impossibile una comprensione autentica.
Il giornalista Marco Damilano ha accolto al volo la prima parte dell’appello del teologo Ratzinger unendovi però un anticipo di «antipatia» che trasuda da ogni parte nella lettura del pezzo. Quel che segue mostrerà la tesi secondo la quale il pregiudizio «antipatico» nei confronti di papa Benedetto XVI ha portato il Damilano a scovare errori che tali sono solo per chi ignora i dati finendo per dare dell’ignorante allo stesso professor Ratzinger scivolando sulla sua stessa buccia di banana. In effetti, l’unica osservazione fondata del Damilano è quella di p. 79 dove si afferma erroneamente sul piano filologico che «malkut», sostantivo femminile ebraico che significa «regno, regalità, signoria», è una «radice». Questo è tutto quel che resta della critica del Damilano! Le altre sette osservazioni, nonostante lo scoop, sono una bufala!

1) Lo svarione più eclatante è per Damilano a p. 51 dove il Papa avrebbe confuso il monte di Abramo, il monte Moria, con il monte di Mosè, l’Oreb. Il testo del Papa dice: «Il ricordo può estendersi poi al racconto rabbinico secondo cui Abramo, sulla strada per il monte Oreb dove avrebbe dovuto sacrificare il figlio, non prese né cibo né bevanda per quaranta giorni e quaranta notti, nutrendosi dello sguardo e delle parole dell’angelo che lo accompagnava» (pp. 51-52). Damilano si mostra allibito per la confusione papale tra l’episodio di Gen 22, il sacrificio di Isacco, e la storia di Elia che cammina per quaranta giorni verso il monte di Dio, l’Oreb in 1Re 19. Che Abramo possa essere salito sull’Oreb in effetti pare cosa strana a tutti, ma non alla tradizione che ha redatto il testo originariamente ebraico dell’Apocalisse di Abramo, verso la fine del I sec. d.C., giunta a noi dalla testimonianza dell’antica Chiesa slava. Si tratta di un racconto midraschico che fonde insieme l’alleanza di Gen 15, il racconto del sacrificio di Gen 22, il ciclo di Mosè al Sinai e il ciclo di Elia all’Oreb. L’angelo del Signore accompagna per il sacrificio Abramo fin sul monte Oreb lungo il cammino di quaranta giorni senza cibo e bevande (cfr. cap. 12). Quindi Abramo, secondo questa tradizione ebraica, va veramente sull’Oreb!
2) A p. 356 «il papa tedesco scivola sull’Oreb, per la seconda volta», secondo Damilano. Infatti, papa Ratzinger, in riferimento ad una sorta di teologia sui monti nella Bibbia, afferma: «Sullo sfondo si stagliano però anche il Sinai, l’Oreb, il Moria – i monti della rivelazione dell’Antico Testamento, che sono tutti al tempo stesso monti della passione e monti della rivelazione e, dal canto loro, rimandano anche al monte del tempio su cui la rivelazione diventa liturgia». Il Damilano ricorda a chi fosse ignorante in materia che nella Bibbia, Sinai e Oreb, sono lo stesso monte della rivelazione che ha due nomi diversi per diverse tradizioni. Invece il Papa, evidentemente poco istruito secondo il Damilano, pensa che siano due monti diversi! Se si legge con attenzione il testo del Papa egli non sta dicendo che con il Moria questi sono tre monti in tutto, in senso assoluto ma che sono «i monti» che tengono insieme, da un punto di vista teologico, il significato della passione e della rivelazione e che rimandano anche al monte del tempio. L’Oreb è per Mosè solo il monte della rivelazione del nome (Es 3,12ss.) mentre sarà il Sinai a divenire per Mosè il monte della rivelazione e della passione (il dono della Legge e il peccato del popolo e la fatica dell’alleanza). Per Elia sarà l’Oreb il monte della passione e della rivelazione. Per Abramo sarà il Moria il suo monte della passione e della rivelazione. Ma la tradizione biblica in 2Cr 3,1 identificherà il monte del tempio (di solito il Sion) con il monte Moria, quello del sacrificio di Abramo. Nel tempio, inoltre, si legge ogni sabato la Torà di Mosè che è stata data sull’Oreb/Sinai, e per questo, nella liturgia, si ricollegano tutti e tre i monti (anche se erano fisicamente due) nelle figure di Abramo, Mosè ed Elia. L’approccio simbolico e teologico alle Scritture richiede una conoscenza profonda del testo che Papa Ratzinger mostra di avere.
3) Alle pp. 213, 272, 315, 335 il Damilano sorride nel segnalare che il testo del Papa per ben quattro volte usa l’espressione «domenica delle Palme» quando dovrebbe essere risaputo che fu una festa istituita dal cristianesimo parecchi secoli dopo. In tutti i testi richiamati il Papa fa sempre riferimento al vangelo di Giovanni e, in specie al cap. 12. Solo il quarto evangelista ci permette di definire quel giorno in cui Gesù entrò in Gerusalemme mentre la folla con «rami di palme» gli veniva incontro gridando: «Osanna…». Infatti, in Gv 12,1 si dice: «Sei giorni prima della Pasqua». Ora poiché la Pasqua per Giovanni è collocata tra il venerdì sera e il sabato, l’indicazione cronologica di «sei giorni prima» cade tra la sera del sabato e la domenica, momento in cui è contestualizzata la cena a Betania in casa di Marta, Maria e Lazzaro. In Gv 12,12, introducendo la scena delle Palme si dice: «Il giorno dopo», ovvero quella domenica! Quindi era davvero domenica. Al tempo di Gesù i giorni della settimana erano denominati tutti in relazione al sabato: primo giorno dopo il sabato (domenica), secondo giorno dopo il sabato (lunedì)… fino al venerdì che era chiamato invece “parasceve” del sabato, ovvero preparazione. Il Papa per farsi capire anche da un lettore non ebreo, stando al testo di Giovanni, chiama quel giorno «domenica» e la determina per l’episodio noto con il segno delle palme. Il fatto poi che non vi sia la maiuscola «Domenica delle Palme» mostra con chiarezza la volontà di segnalare non la solennità liturgica del cristianesimo, bensì l’evento decisivo di carattere messianico simbolizzato anche dalle «Palme» stesse.
4) Scambi di genere: a p. 362 si dice che la parola ebraica sukkot (capanne) è femminile e invece il Papa la tratta come un maschile. A ben vedere il Papa sta citando Daniélou che a sua volta cita Riesenfeld. Quindi occorre risalire alle fonti per vedere dove sta l’errore: nella versione italiana o nella citazione di Daniélou o nella citazione di Riesenfeld.
5) Scambi di declinazione: a p. 348 Papa Ratzinger riporta il vocativo «epistàta» (maestro, insegnante, rabbino) invece del nominativo epistàtes. Se si va a controllare il testo si vede con chiarezza che il Papa voleva citare esattamente il vocativo e lo fa usando virgolette e corsivo diversamente dai casi in cui vuole citare il nominativo, solo con virgolette. Il perché di questa eccezione è dato dal fatto che il termine ricorre nel Nuovo Testamento soltanto nel Vangelo di Luca e, in tutto 7 volte e sempre al vocativo! Per sottolineare questo aspetto particolare, Papa Ratzinger l’ha posto tra virgolette in corsivo. Il termine Kyrios (Signore) che Ratzinger richiama appena oltre è al nominativo (quindi senza virgolette) e ricorre 717 volte nel testo neotestamentario e di queste solo 124 al caso vocativo.
6) Luoghi comuni: a p. 105 ci sarebbe un’espressione da «fiaba bavarese» perché, commentando la citazione profetica di Zac 9,9ss. il Papa afferma: «Questa sua natura, che lo oppone ai grandi re del mondo, si manifesta nel fatto che egli giunge cavalcando un’asina – la cavalcatura dei poveri, immagine contrastante con i carri da guerra che egli esclude». L’espressione «cavalcatura dei poveri» appare quindi «bavarese» per il Damilano. Basta conoscere la letteratura esegetica al riguardo per verificare quanto il Papa abbia fatto una scelta interpretativa molto attestata, che coglie il contrasto, nell’immagine, con la logica della potenza e della guerra. Cosa ci sia di «bavarese» in tutto questo non saprei proprio.
7) A p. 62 il termine «doxa» è tradotto con «gloria» che invece nel greco classico significa «opinione». Vediamo cosa dice Papa Benedetto XVI: «Questa gloria è, come indica il significato della parola greca dóxa, splendore che si dissolve». Se si va a consultare gli studi di settore ci si rende conto che accanto ai significati di «opinione, stima, fama», il termine dóxa, secondo gli studi di A. Deissmann e soprattutto di J. Schneider, può significare nel greco classico anche: «luce, splendore». Il Papa mostra di conoscere questa tesi poco frequentata tra giornalisti ma un po’ più accessibile ai teologi.

Gli errori interpretativi del testo del Papa si trascinano oltre e giungono a far dire al Cardinal Martini quel che non ha mai sostenuto nella presentazione a Parigi del libro del Papa. Pur di «tirare l’acqua al suo mulino» Marco Damilano si accosta così con atteggiamento «antipatico» e non documentato al testo di Papa Benedetto XVI, strumentalizzando la presentazione del Cardinal Martini che viene tirato dalla propria parte per la giacchetta forse perché anche lui un po’ «da Milano».
Al Damilano e all’Espresso il compito di rinviare ai censori anonimi le rettifiche del caso.

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Veritas
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MessaggioInviato: Sab Giu 09, 2007 5:45 pm    Oggetto: Rispondi citando

Silvio Barbaglia ha scritto:

Se si legge con attenzione il testo del Papa egli non sta dicendo che con il Moria questi sono tre monti in tutto, in senso assoluto ma che sono «i monti» che tengono insieme, da un punto di vista teologico, il significato della passione e della rivelazione e che rimandano anche al monte del tempio. L’Oreb è per Mosè solo il monte della rivelazione del nome (Es 3,12ss.) mentre sarà il Sinai a divenire per Mosè il monte della rivelazione e della passione (il dono della Legge e il peccato del popolo e la fatica dell’alleanza). Per Elia sarà l’Oreb il monte della passione e della rivelazione. Per Abramo sarà il Moria il suo monte della passione e della rivelazione. Ma la tradizione biblica in 2Cr 3,1 identificherà il monte del tempio (di solito il Sion) con il monte Moria, quello del sacrificio di Abramo. Nel tempio, inoltre, si legge ogni sabato la Torà di Mosè che è stata data sull’Oreb/Sinai, e per questo, nella liturgia, si ricollegano tutti e tre i monti (anche se erano fisicamente due) nelle figure di Abramo, Mosè ed Elia. L’approccio simbolico e teologico alle Scritture richiede una conoscenza profonda del testo che Papa Ratzinger mostra di avere.



??????!!.............


Don Silvio, permettimi una curiosità: ma i tuoi sofismi si rifanno alla prima o alla seconda sofistica?:.. Perchè tu mi insegni che tra le due vi fu una bella differenza..


Ego sum veritas


"......per essere in comunione, occorre tener
presente che il bianco che io vedo, devo credere
esser nero, se è la Chiesa Gerarchica a stabilirlo"

( St. Ignacio de Loyola )
..
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Silvio Barbaglia



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MessaggioInviato: Dom Giu 10, 2007 8:38 am    Oggetto: Rispondi citando

Veritas ha scritto:


Don Silvio, permettimi una curiosità: ma i tuoi sofismi si rifanno alla prima o alla seconda sofistica?:.. Perchè tu mi insegni che tra le due vi fu una bella differenza


Nessuna sofistica ma metodologia di teologia biblica entro una visione canonica fondata, inizialmente, da B. Childs della Yale University, e da Sanders visione presupposta da Papa Ratzinger nella sua prefazione al libro alle pp. 15-16 e proposta dai documento "L'interpretazione della Bibbia nella Chiesa (1993) e "Il popolo ebraico e le sue sacre scritture nella Bibbia cristiana (2001). Per interpretare un testo occorre assumere le categorie interpretative dello stesso. E' quello che ho fatto per capire il passo relativo a Oreb, Sinai e Moria nella metodologia di Papa Ratzinger. Siamo di nuovo al problema del metodo... non ha nulla a che fare la problematica dei sofisti in tutto ciò.
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Francis



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MessaggioInviato: Dom Giu 10, 2007 9:32 am    Oggetto: Rispondi citando

Non ho letto il libro di Ratzinger, perciò in assenza del dato non sono in grado di analizzare i presunti strafalcioni di metodo e di contenuti del libro.

Citazione:
Nessuna sofistica ma metodologia di teologia biblica entro una visione canonica fondata, inizialmente, da B. Childs della Yale University, e da Sanders visione presupposta da Papa Ratzinger nella sua prefazione al libro alle pp. 15-16 e proposta dai documento "L'interpretazione della Bibbia nella Chiesa (1993) e "Il popolo ebraico e le sue sacre scritture nella Bibbia cristiana (2001). Per interpretare un testo occorre assumere le categorie interpretative dello stesso.


E. P. Sanders? Si tratta proprio dell'esimio rappresentante della Third Quest?
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Silvio Barbaglia



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MessaggioInviato: Dom Giu 10, 2007 2:46 pm    Oggetto: Rispondi citando

Francis ha scritto:

E. P. Sanders? Si tratta proprio dell'esimio rappresentante della Third Quest?


No, si tratta del meno noto James A. Sanders di cui possiedo la seguente bibliografia:
SANDERS, J. A. (ed.), The Psalms Scroll of Qumrân Cave 11 (11QPsa), American Schools of Oriental Research. Palestine Archaeological Museum, Discoveries in the Judaean Desert of Jordan 4, Oxford: Clarendon Press 1965.
SANDERS, J. A., «Cave 11 Surprises and the Question of Canon», in: D. N. FREEDMAN - J. C. GREENFIELD, New Directions in Biblical Archaeology, Garden City, New York: Doubleday & Company, Inc. 1971, 113-130.
SANDERS, J. A., «Cave 11 Surprises and the Question of Canon», in: S. Z. LEIMAN (ed.), The Canon and Masorah of the Hebrew Bible. An Introductory Reader, The Library of Biblical Studies, New York: KTAV Publishing House 1974, 37-51.
SANDERS, J. A., Torah and Canon, Philadelphia: Fortress Press 19742.
SANDERS, J. A., Identité de la Bible. Torah & Canon, Traduit de l’américain par P. Mailhé, Lectio Divina 87, Paris: Les Editions du Cerf 1975.
SANDERS, J. A., «Torah and Christ», Interpretation 29 (1975) 372-390.
SANDERS, J. A., «Text and Canon: Concepts and Method», Journal of Biblical Literature 98 (1979) 5-29.
SANDERS, J. A., «Canonical Context and Canonical Criticism», Horizons in Biblical Theology 2 (1980) 173-197.
SANDERS, J. A., «Text and Canon: Old Testament and New», in: P. CASETTI - O. KEEL - A. SCHENKER (édd.), Mélanges Dominique Barthélemy. Étude bibliques offertes a l’occasion de son 60e anniversaire, Fribourg (Suisse): Éditions Universitaires; Göttingen: Vandenhoeck & Ruprecht 1981, 373-393.
SANDERS, J. A., Canon and Community. A Guide to Canonical Criticism, Philadelphia: Fortress Press 1984.
SANDERS, J. A., From Sacred Story to Sacred Text, Philadelphia: Fortress Press 1987.
SANDERS, J. A., «Stability and Fluidity in Text and Canon», in: G. J. NORTON - S. PISANO (edd.), Tradition of the Text. Studies Offered to Dominique Barthélemy in Celebration of his 70th Birthday, Orbis Biblicus et Orientalis 109, Fribourg-Schweiz: Universitätsverlag; Göttingen: Vandenhoeck & Ruprecht 1991, 203-217.
SANDERS, J. A., «The Integrity of Biblical Pluralism: From the Poetics to the Hermeneutics of the Hebrew Bible», in: J. P. ROSENBLATT - J. C. SITTERSON (edd.), ‘Not in Heaven’. Coherence and Complexity in Biblical Narrative, Bloomington: Indiana University Press 1991, 154-169.247-249.
SANDERS, J. A., «The Dead Sea Scrolls and Biblical Studies», in: M. FISHBANE - E. TOV (edd.), “Sha‘arei Talmon”: Studies in the Bible, Qumran and ancient Near East Presented to Shemaryahu Talmon, Winona Lake, Indiana: Eisenbrauns 1992, 323-336.
SANDERS, J. A., «Scripture as Canon for post-Modern Times», Biblical Theology Bulletin 25,2 (1995) 56-63.
SANDERS, J. A. - BECK, A., «The Leningrad Codex», Bible Review 13/4 (1997) 30-41.46.

Il testo dell' "Interpretazione della Bibbia nella Chiesa" (1993) afferma a pag. 45:
"Sono stati proposti due punti di vista differenti:
Brevard S. Chilads centra il suo interesse sul testo nella sua forma canonica finale (libro o collezione), accettata dalla comunità come un'autorità per esprimere la propria fede e orientare la propria vita. Più che sulla forma finale e statilita del testo, James A. Sanders porta la sua attenzione sul "processo canonico" o sviluppo progressivo delle Scritture alle quali la comunità credente ha riconosciuto un'autorità normativa. Lo studio critico di questo processo esamina come le antiche tradizioni sono state riutilizzate in nuovi contesti, prima di costituire un tutto al tempo stesso stabile e adatabile, coerente e unificatore di dati divergenti, nel quale la comunità di fede attinge la sua identità..."
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MessaggioInviato: Lun Giu 11, 2007 12:34 pm    Oggetto: Rispondi citando

Lettera immaginaria a J. Ratzinger, autore del libro Gesù di Nazaret (Rizzoli, 2007)

Egr. prof. Ratzinger,

voglia scusarmi se nel rivolgermi a lei non ricorro ad espressioni quali “santità” o “santo padre”, ma da “eretico” dalla scarsa statura spirituale quale sono, non ravviso, nella sua persona e nel suo ruolo, alcuna “paterna” o “santa” caratteristica tale da indurmi al ricorso a simili titoli.

Per lo stesso motivo, dal mio punto di vista, non la ringrazio affatto per avermi concesso la libertà di esprimere liberamente il mio pensiero sul suo libro ripetendo più volte che esso “non è un atto magisteriale”: posso assicurarle, infatti, che seppure lo fosse stato, le mie idee su di esso (e quello che avrei scritto per esternarle) sarebbero rimaste immutate: purtroppo per lei e per la sua chiesa, sono sempre di più i malati di quell’inguaribile e ingovernabile “complesso di libertà” che fa pensare e parlare le persone senza vincoli o condizionamenti di sorta.

E’ con questo spirito che mi sono accostato alla sua opera cercando di leggerne tra le righe il messaggio, di coglierne il senso e di interpretarne le finalità.

Bel lavoro prof. Ratzinger!

Bella idea quella di dire “non è un atto magisteriale…. posso essere criticato liberamente”.

Con questa premessa, a dispetto di chi la taccia di oscurantismo, ha potuto dare l’impressione di voler “aprire porte” che fino ad ora la sua chiesa non aveva mai aperto nemmeno per finta…

Ai tradizionalisti potrà sempre dire “non è la chiesa che parla”, mentre ai timidi “progressisti” felici delle sue “aperture” potrà sempre dire “avete visto quanto è moderno il papa?”

E’ con questo spirito che recita la parte di chi si accorge distrattamente che Gesù, la sua famiglia e Giovanni il Battista “forse” ebbero qualcosa a che fare con la comunità essena di Qumran.




Accidenti che spirito di osservazione….. ma come ha fatto a notarlo?

Ah quelle grotte!

A saperlo avreste potuto farle bombardare prima ricacciando sotto tre metri di terra quegli stupidi rotoli che vi hanno dato tanto pensiero…

Ma ora con la sua straordinaria affermazione, egregio professore, ha superato sessant’anni di ottuse negazioni ed ha preso per mano una pericolosa evidenza!

Le due righe di disinvolto possibilismo nelle quali ha “imprigionato” e “liquidato” la sua “apertura” rimettono lei e la sua chiesa al passo con i tempi (almeno queste sono le sue evidenti intenzioni).

E’ come se avesse detto “forse è così, forse è vero…. ma è poca cosa e nulla cambia”.

Peccato, professore, che lei non conosca così bene la storia!

Peccato che non abbia mai letto con attenzione le opere di Flavio Giuseppe.

Se lo avesse fatto si sarebbe accorto che la sua “apertura” può portare molto più lontano di quanto lei non abbia calcolato.

Se Giovanni il Battista e Gesù ebbero a che fare con quella comunità allora, egregio professore… lo vogliamo dire?... Furono dei ribelli fondamentalisti e rivoluzionari!

Infatti, già a partire dal 30 a.c. (e per tutti gli anni a venire fino alla disfatta del 70 d.c.) l’essenismo si mescolò sempre più con lo zelotismo rivoluzionario fino a perdere del tutto le caratteristiche ascetico – mediatative (tanto ben dipinte da Filone Alessandrino) a vantaggio di un interventismo politico di stampo terroristico mirato a rovesciare la locale dinastia regnante, la casta sacerdotale e, soprattutto, il potere di Roma.

E’, infatti, agli anni “messianici” che risalgono il Rotolo di Rame, la Regola della Guerra e il Commentario ad Abacuc (che somigliano più ai comunicati di guerra diramati negli “anni di piombo” dalle brigate rosse, che ai manualini di catechesi appoggiati sui vostri banchi delle offerte…).

A questo punto sarebbe il caso che lei ci spiegasse, soprattutto con riferimento a Gesù (o a chi egli realmente fu) come avvenne la trasformazione da “guerrigliero” a “colomba”, da messia davidico e terreno a “figlio unigenito di Dio”, da combattente per la libertà del suo popolo a salvatore di tutti gli uomini del mondo e alleato delle espressioni più bieche del potere costituito.

Ce lo spieghi lei perché è dalla sua viva voce, egregio professore, che attendiamo una risposta, anche se noi laici, agnostici, atei e storici miscredenti (in passato purificati dai sacri roghi ai quali potendo tornereste volentieri) abbiamo ben chiaro ciò che lei fa finta di scoprire solo ora.

Ai lettori del suo libro ha chiesto un “anticipo di simpatia” ma se avesse voluto evitare una domanda come questa avrebbe dovuto chiedere “un anticipo di pietà” che almeno noi cattivi (che non siamo poi così pochi) non siamo disposti a concederle facendo finta di niente: lei l’ha detta grossa (e vera), ora la spieghi!

Provi anche a spiegare come e quando si è accorto che i soprannomi di “zelota” e “iscariota”, attribuiti rispettivamente agli apostoli Simone e Giuda, forse non trovano una spiegazione valida nei fantasiosi “voli pindarici” che in passato vi hanno portato a dire che la parola “zelota” indica l’ardore zelante di chi ama Dio e quella di iscariota la provenienza dalla città di Keriot!

Alcuni apostoli di Gesù erano zeloti? Giuda faceva parte del braccio armato dei sicari?

Posso usare un’espressione evangelica?

Lei l’ha detto… noi già lo sapevamo!

Ma se dice questo, perché mai non va oltre questa semplice affermazione e non si affaccia sulle implicazioni che essa reca?

Perché non ci spiega pure cosa, questi signori, ci facevano al seguito del mite “agnello di Dio” che non si occupava delle cose di questo mondo, che porgeva l’altra guancia e che non conosceva l’offesa ma il perdono?

Certo, come da lei accennato, dovette essere ben complessa e variegata questa realtà messianica salvifica, divina e universale se riuscì ad inglobare e santificare i terroristi senza stravolgere se stessa e a trasformare in innocue prospettive celesti i loro orientamenti rivendicativi insurrezionali (tutt’altro che pacifici e universali), storicamente circoscritti al sogno di riscatto della nazione ebraica (di biblica ispirazione)!

Insomma, esimio professore, con quelle poche righe con le quali nel suo libro ha disinvoltamente pensato di rubare il mestiere agli storici, potrebbe creare più guai al suo “sedile” di quanti non ne avrebbe e non ne ha creato con gli inutili fiumi di parole e pagine con le quali vende a buon mercato la solita noiosissima teosofia di paolina derivazione fondata, come sempre e come da sempre, su un’architettura, figlia di un platonismo di bassa lega, incentrata su abnormi ed astrusi disegni salvifici fatti passare attraverso la parola, l’esempio, i miracoli, la nascita, la morte e la resurrezione del vostro Dio che si fece uomo e vi incaricò di soggiogare in suo nome l’intera umanità, sol perché il nome di Pietro somigliava a quello della pietra sulla quale avete costruito la basilica di piazza San Pietro (pensi se si fosse chiamato Oronzo…)!

Professor Ratzinger, lei sicuramente non leggerà mai questa lettera e, altrettanto sicuramente, mai nessuna voce si leverà dall’esercito di prelati e fedeli per farle notare la “gaffe” nella quale è incappato (anche perché, non vorrei peccare di presunzione dicendo che non è da tutti accorgersene… e, ancora meno, dirlo).

Tuttavia noi, “pecorelle smarrite”, beleremo forte: chissà… qualcuno potrebbe sentire e qualche imbarazzo potrebbe derivargliene!

Perché siamo così cattivi?

Perché, allettati dalle presentazioni del suo libro dove si parlava di Gesù come di “una figura storicamente sensata e convincente” abbiamo speso 19,50 euro per acquistarlo (a proposito… a chi andranno i proventi delle vendite…?) convinti di trovare finalmente quei riscontri storici che invano reclamiamo da anni (ha mai sentito parlare delle sfide di Luigi Cascioli che vi guardate bene dal raccogliere?).

Purtroppo, in mezzo a migliaia di inutili parole, ancora una volta, non abbiamo trovato quella piccola e semplice prova storica dell’esistenza del vostro Gesù! don Silvio anche lui pensa che l'onere sia di chi nega, ma allora perchè ha speso tempo e sudore a scrivere qualcosa di deja vù???

Nella sua leziosa… lezione “non magisteriale” di cristologia da sbadiglio, egregio professore, di storico non c’è nulla al di là di qualche “offesa alla logica, all’intelligenza e… alla storia” sulla quale vale la pena soffermarsi.

A pag. 138 lei ha scritto “il Gesù del quarto vangelo e il Gesù dei sinottici è la stessa identica persona: il vero Gesù storico”.

Purtroppo, egregio professore, noi non siamo i papa boys pronti a salutare ed applaudire ogni pontificio starnuto.

Noi miscredenti abbiamo il brutto vizio di andare oltre l’amorevole suono delle papaline parole per cercarne e valutarne il senso logico e storico.

E’ per questo che ci domandiamo attoniti, quali comunanze può aver riscontrato tra il l’incorporeo “logos” giovanneo che prende le sembianze di carne al momento del battesimo e i tanti Gesù (nati e cresciuti prima di predicare) che incontriamo nei sinottici.

Perché tanti Gesù?

Perché nascono in anni molto diversi, i loro genitori vengono da città diverse e vanno in luoghi diversi, alcuni nascono poveri, uno in particolare (quello di Matteo) sembra essere un potente re, quando crescono si accompagnano con discepoli di numero diverso e di nomi in parte diversi, fanno miracoli diversi, dicono cose diverse ed a volte inconciliabili tra loro, muoiono tutti in croce e resuscitano lasciando sbigottite davanti al sepolcro vuoto persone diverse, qualcuno sale in cielo, qualcuno prima torna a fare capolino tra i mortali, di altri non se ne conoscono le sorti.

Il vostro unico “Gesù dei vangeli”, egregio professore, è forse un “denominatore comune” dei tanti, una creazione intellettuale storicizzata e passata fraudolentemente per figura reale.

Ora, se volessimo raccogliere il suo invito, dovremmo essere certi che questa astrusa creatura è “logica” dal punto di vista storico.

Noi “pecorelle discole” di fronte a questa sua “paterna rassicurazione” non solo rimaniamo a bocca asciutta (e portafoglio più vuoto di 19,50 euro…) ma ci sentiamo profondamente disorientati.

Non riusciamo, infatti, a comprendere come mai per l’uomo- dio che compie prodigi e strabilia le folle, non sia stata spesa una goccia di inchiostro dai più di quaranta storici suoi contemporanei.

Un’altra cosa che ci risulta oscura (sarà un nostro limite?) è la “logica” in base alla quale un messia celeste (incomprensibile in quanto tale per gli ebrei del tempo), promotore di tolleranza, pace, fratellanza e distensione politica con l’oppressore romano, sia riuscito non dico a suscitare meraviglia e devozione, non dico nemmeno ad ultimare la sua pluriennale missione in terra fino alla fatidica frase “tutto è compiuto”… ma semplicemente a rimanere vivo dopo i primi tre minuti del primo discorso pubblico in una terra simile ad una “polveriera esplosiva” dilaniata dall’intolleranza fondamentalista, dagli attriti sociali, dalle tensioni religiose e dalle ossessioni di rivalsa nazionale.


Eppure, in barba ad ogni logica ed evidenza, a pag. 316 leggiamo che “Gesù non è un mito, è un uomo fatto di carne e sangue, una presenza tutta reale nella storia…” (quale storia?) e che “possiamo per il tramite dei testimoni, udire le sua parole” (quali testimoni?) .

Insomma, professore, Gesù è stato quello che voi da sempre avete deciso che sia stato e, in quel contesto storico, è logica e sensata la sua presenza (come quella di un pesce a passeggio in alta montagna)!

Ma c’è di più: nella stessa pagina, rispolverando l’antica idea di Giustino, ne spara una da capogiro: “i miti hanno aspettato lui, in cui il desiderio è diventato realtà”.

Ecco perché in tutti i culti preesistenti al cristianesimo incontriamo un Dio nato da madre vergine che si fa uomo, fa miracoli, viene ucciso, muore, risorge (Mitra lo fa dopo tre giorni), ascende al cielo e ritornerà alla fine dei tempi per giudicare gli uomini!

Per Giustino erano diaboliche anticipazioni del demonio che, conoscendo le future vicende di Cristo e per privare questo di credibilità, aveva fatto sorgere miti simili prima di lui.

Per lei, invece, sono “desideri”.

Milioni di uomini nei tempi più remoti non hanno creduto in Dioniso, Attis, Soter, Horus, Mitra ecc., ma hanno solo desiderato che essi fossero reali…. poi è arrivato Gesù di Nazaret e li ha accontentati tutti!

E’ questo il “metodo storico”, da lei sbandierato in premessa, al quale “deve esporsi la fede cristiana”?

Seguire il metodo storico significa sparare un fiume di assurdità passandole per storia senza spendere mezza parola per sostenerne la reale credibilità?

Penso, in tutta franchezza, che 19,50 euro avrebbe dovuto darli lei a chi, come me, si è sorbito tutto il suo libro fino alla fine come un bicchiere di olio di ricino…

Prof. Ratzinger, segua un consiglio saggio, reciti l’angelus al balcone di piazza San Pietro e non stuzzichi quel “can che dorme” che si chiama “storia”: il suo Gesù fa a pugni con la storia, la storia non conosce il suo Gesù, lei non conosce la storia… insomma, perché ne vuole parlare?

Tutti noi (non allineati) comprendiamo lo spirito del tentativo che l’ha portata a scendere sullo stesso terreno degli storici “detrattori” per farsi trovare vincente anche su quello.

L’esercito di ebeti plaudenti, che per il suo libro sarebbero disposti a spendere anche 100 euro, l’applaudiranno e l’avrebbero comunque applaudita anche se per confutare certe moderne “ricostruzioni” della figura messianica avesse detto “ambarabà ciccì coccò” (non è che poi abbia detto cose molto più sensate…).

Tuttavia, al di fuori della sacrestia o del cortile della parrocchia, il mondo laico, critico, scientifico e serio non può che provare tanta commiserazione di fronte al goffo annaspare del capo della cristianità sul primo metro di riva del mare della storia.

Non vada oltre professor Ratzinger… affogherebbe!

4 maggio 2007

Giancarlo Tranfo

fonte: http://www.yeshua.it/recensionilibri.htm
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Hard Rain



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MessaggioInviato: Lun Giu 11, 2007 12:41 pm    Oggetto: Rispondi citando

In questi giorni volevo comperare tre libri:

quello del Papa e i due di Mauro Pesce (inchiesta su gesù e le parole dimenticate di gesù).

Consigli? Faccio bene o male?
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Francis



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MessaggioInviato: Lun Giu 11, 2007 12:45 pm    Oggetto: Rispondi citando

Citazione:
In questi giorni volevo comperare tre libri:

quello del Papa e i due di Mauro Pesce (inchiesta su gesù e le parole dimenticate di gesù).

Consigli? Faccio bene o male?


Fai bene. Non dovrei dirlo, ma oramai "Inchiesta di Gesù" lo trovi persino su Emule. Se apprezzi Mauro Pesce, ti consiglio anche di comprare qualche titolo di Giuseppe Barbaglio, studioso cattolico scomparso recentemente. In particolare Gesù Ebreo di Galilea, è un lavoro esaustivo, curato e metodico.
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MessaggioInviato: Lun Giu 11, 2007 2:01 pm    Oggetto: Rispondi citando

Citazione:

Se Giovanni il Battista e Gesù ebbero a che fare con quella comunità allora, egregio professore… lo vogliamo dire?... Furono dei ribelli fondamentalisti e rivoluzionari!

Infatti, già a partire dal 30 a.c. (e per tutti gli anni a venire fino alla disfatta del 70 d.c.) l’essenismo si mescolò sempre più con lo zelotismo rivoluzionario fino a perdere del tutto le caratteristiche ascetico – mediatative (tanto ben dipinte da Filone Alessandrino) a vantaggio di un interventismo politico di stampo terroristico mirato a rovesciare la locale dinastia regnante, la casta sacerdotale e, soprattutto, il potere di Roma.

Giancarlo Tranfo



Purtroppo Tranfo (e non è il solo!) non si rende conto di essere caduto nella trappola: quella di avallare inconsciamente il furbastro e tutt'altro che strisciante tentativo delle teste d'uovo vaticane di legare la figura di Gesù agli esseni di Qumran!

Chi si è interessato di esegetica nel passato sa perfettamente che tale ipotesi è stata SEMPRE RIGETTATTA CON FERMEZZA dagli esegeti cattolici. Ora, "stranamente", sembra che la filosofia sia cambiata. PERCHE'?... Non è difficile intuirlo: IL CALENDARIO DEGLI ESSENI!!

Sposando la tesi del Gesù esseno, i volpini porporati pensano di risolvere così l'assurdità del Gesù crocifisso nel 14 di Nisan, mentre lo stesso nel 15, PRIMO GIORNO DEGLI AZZIMI, consuma il pasto pasquale con i suoi!! Possibile che tali elementari riflessioni sfuggano in modo così plateale??..

Gesù FU UN NAZARENO ed in quanto tale NON POTEVA aver avuto NULLA a che fare con gli esseni di Qumran! Costoro, infatti, derivavano da una costola del giudaismo, o ebraismo riformato, mentre i nazareni avevano rigettato la riforma giudaica, rimanendo fedeli all'ebraismo delle origini (o mosaico).

Questo è il motivo per cui tanto i giudei, tanto i padri falsari, fondatori del culto cattolico, cercarono in ogni modo di far "scomparire" dalla storia la figura dei nazareni, arrivando addirittura a far credere che nazareno significasse abitante di Nazareth o, come nel caso del mondo rabbinico, significasse "nazireo": termine che sottende un concetto che nulla ha a che fare con quello sotteso dal termine nazareno!

Ego sum veritas
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idoneo che usare la menzogna come
medicina per il beneficio di coloro che
desiderano essere ingannati.”

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Hard Rain



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MessaggioInviato: Lun Giu 11, 2007 2:09 pm    Oggetto: Rispondi citando

Citazione:
Sposando la tesi del Gesù esseno, i volpini porporati pensano di risolvere così l'assurdità del Gesù crocifisso nel 14 di Nisan, mentre lo stesso nel 15, PRIMO GIORNO DEGLI AZZIMI, consuma il pasto pasquale con i suoi!! Possibile che tali elementari riflessioni sfuggano in modo così plateale??..


Il calendario esseno era sfasato di almeno un giorno in anticipo rispetto al calendario lunisolare ebraico. L'esistenza dei calendari religiosi differenti è attestata dalle tavole calendariali di Qumran - che sono tra i manoscritti più antichi in assoluto tra quelli di Qumran databili al II-III sec. a.C. - che correlano tre tipi di calendari diversi: 1) quello solare enochico; 2) quello secondo i turni delle famiglie sacerdotali che servivano al tempio; 3) un terzo calendario, forse quello lunisolare di Gerusalemme ma se ciò sia vero è oggetto di dibattito.

Il calendario solare esseno è attestato in forma teorica anche da 1 Enoc e dal libro dei Giubilei oltre che dalle tavole di Qumran. Manca completamente il meccanismo di intercalazione e questo è un grave handicap per la risoluzione di certi problemi storici. Il calendario esseno è utilizzato non solo per risolvere problemi inerenti il cristianesimo ma anche per aspetti interni della comunità di Qumran tra cui una famosa citazione del commento ad Abacuc 1QpHab.
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MessaggioInviato: Lun Giu 11, 2007 2:28 pm    Oggetto: Rispondi citando

Hard Rain ha scritto:

Il calendario esseno era sfasato di almeno un giorno in anticipo rispetto al calendario lunisolare ebraico. L'esistenza dei calendari religiosi differenti è attestata dalle tavole calendariali di Qumran - che sono tra i manoscritti più antichi in assoluto tra quelli di Qumran databili al II-III sec. a.C. - che correlano tre tipi di calendari diversi: 1) quello solare enochico; 2) quello secondo i turni delle famiglie sacerdotali che servivano al tempio; 3) un terzo calendario, forse quello lunisolare di Gerusalemme ma se ciò sia vero è oggetto di dibattito.



A parte il fatto che anche sposando la tesi del Gesù esseno di Qumran, tale calendario NON risolve assolutamente la contraddizione di fondo! Al massimo il dibattito verterebbe solo a stabilire se quel 14 di Nisan fosse un Venerdì o un altro giorno della settimana. Rimane il fatto che anche ammesso e non concesso che quel 14 fosse stato un Giovedì o addirittura un Mercoledì, Gesù consumò il pasto pasquale il 15 di Nisan, primo giorno degli Azzimi, dopo che il 14 era stato crocifisso! E' sin troppo evidente, tanto per ribadire il concetto emerso in una miriade di esempi, che coloro che scrissero i vangeli non conoscevano NULLA delle usanze e tradizioni ebraiche! Altro che testimoni oculari!!


Ego sum veritas

"..la fede in Dio non aggiunge nè toglie nulla
alla dignità raziocinante degli uomini; la fede
nelle religioni li riporta al loro stato primordiale,
quando l'uomo era appena uscito dalla sua
primitiva condizione bestiale per evolversi sino
allo stato attuale delle sue conoscenze."

..
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Hard Rain



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MessaggioInviato: Lun Giu 11, 2007 2:40 pm    Oggetto: Rispondi citando

Diciamo che l'ipotesi che Gesù e i dodici abbiano usato quel calendario spiega perchè fu possibile portare Gesù davanti a Pilato e farlo condannare a morte sebbene egli abbia celebrato una Pasqua. E' lo stesso concetto della visita del sacerdote empio presso la comunità di Qumran che avvenne il giorno dell'espiazione: tale visita sarebbe stata impossibile se il giorno dell'espiazione fosse caduto lo stesso giorno sia per i membri della comunità sia per il sacedote empio (cfr. 1QpHab). Gesù non poteva aver celebrato la Pasqua dei Giudei e il suo 14 di Nisan non poteva essere lo stesso 14 di Nisan dei Giudei per le norme sullo stato di purità dei sacerdoti che ben conosciamo dal Talmud e per lo stesso motivo che i sacerdoti avevano detto di voler eliminare Gesù prima della festa di Pasqua, cioè la LORO festa di Pasqua, secondo il loro calendario. Come nel caso del Sacerdote empio che non poteva certo mettersi in viaggio il giorno dell'espiazione. Il concetto di pasqua dei dodici e di inizio degli azzimi secondo il calendario enochico - vicenda di Gesù Cristo a parte - era differente rispetto al giudaismo ortodosso.
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Francis



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MessaggioInviato: Mar Giu 19, 2007 11:25 pm    Oggetto: Rispondi citando

Citazione:
6) Luoghi comuni: a p. 105 ci sarebbe un’espressione da «fiaba bavarese» perché, commentando la citazione profetica di Zac 9,9ss. il Papa afferma: «Questa sua natura, che lo oppone ai grandi re del mondo, si manifesta nel fatto che egli giunge cavalcando un’asina – la cavalcatura dei poveri, immagine contrastante con i carri da guerra che egli esclude». L’espressione «cavalcatura dei poveri» appare quindi «bavarese» per il Damilano. Basta conoscere la letteratura esegetica al riguardo per verificare quanto il Papa abbia fatto una scelta interpretativa molto attestata, che coglie il contrasto, nell’immagine, con la logica della potenza e della guerra. Cosa ci sia di «bavarese» in tutto questo non saprei proprio.


Se nel suo libro Ratzinger ha riportato la traduzione casereccia di Mt. 21:5:

Dite alla figlia di Sion: "Ecco il tuo re viene a te, mansueto e montato sopra un'asina, e un asinello, puledro d'asina"».

c'è un marchiano errore di traduzione e di interpretazione. Infatti, il passo di Matteo non ha in mente la povertà materiale come ritenuto da Ratzinger, ma l'umiltà spirituale. Basta armarsi di vocabolario e tradurre il vocabolo greco praus, che denota una condizione spirituale di sottomissione, remissività, non certo di indigenza materiale. "Cavalcatura dei poveri" è semplicemente un interpretazione personale del papa che non trova attestazione nella teologia cattolica ufficiale e nemmeno in quella protestante.
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